Ci sono momenti in cui un viaggio smette di essere fatto solo di luoghi e diventa fatto di incontri. Non quelli programmati, non quelli cercati, ma quelli che arrivano senza preavviso e che, proprio per questo, restano più impressi di qualsiasi monumento o panorama.
A Lisbona mi è capitato spesso di fermarmi davanti agli artisti di strada. Alcuni riescono a catturarmi subito, altri meno, ma ogni volta rimango con la stessa sensazione: che in ognuno di noi esista una forma di talento, anche piccola, anche nascosta, che prima o poi trova il modo di mostrarsi. E forse è proprio questo il punto, la possibilità di vedere qualcosa che normalmente passa inosservato.
Quel giorno mi trovavo nei pressi di Praça do Comércio, uno dei luoghi più iconici della città, con l’Arco di Rua Augusta che domina lo spazio aperto verso il fiume. Era mattina presto e stavo aspettando l’apertura del punto informazioni per ritirare la Lisboa Card. Mancavano ancora minuti lunghi, perché a Lisbona le giornate iniziano con una calma quasi sospesa, soprattutto prima delle nove e mezza. Così ho iniziato a camminare senza una vera direzione, semplicemente lasciandomi portare dallo spazio vuoto e dalla luce del mattino che iniziava a riempire la piazza.
È stato in quel momento, quasi per caso, che ho notato una figura vicino alla riva. Non era qualcuno che attirava subito l’attenzione, non c’era nulla di appariscente nel suo modo di stare lì. Eppure, più lo guardavo, più mi rendevo conto che c’era qualcosa di profondamente diverso nel suo modo di muoversi.
Era un uomo sulla cinquantina, barba bianca, un cappello semplice che ricordava quasi quello di un pescatore o di un personaggio uscito da un racconto. Vestiti essenziali, pratici, senza nulla che lo rendesse “spettacolare” a prima vista. Ma quello che stava facendo lo era eccome.
Aveva davanti a sé delle pietre. E con una calma quasi irreale iniziava a posizionarle una sopra l’altra, cercando un equilibrio che sembrava impossibile. Le osservava a lungo, le toccava appena, le spostava di pochi millimetri e poi si fermava, come se aspettasse che fossero loro a decidere dove stare. Ogni movimento era lento, preciso, mai casuale. E piano piano, davanti ai miei occhi, prendevano forma piccole strutture verticali che sfidavano ogni logica apparente.
Non avevo mai visto nulla del genere dal vivo. Ho scoperto solo in quel momento che si trattava di una forma d’arte chiamata rock balancing, ma in realtà il nome contava poco. Quello che contava era la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di profondamente umano e allo stesso tempo quasi irreale, come se la gravità per qualche minuto smettesse di avere l’ultima parola.
Mi sono fermato lì, senza quasi accorgermene, iniziando a scattare qualche foto. Non per conservare semplicemente un’immagine, ma per cercare di capire se quello che vedevo fosse davvero possibile. Più osservavo, più mi rendevo conto che non c’era trucco, non c’era illusione, solo una concentrazione assoluta e una pazienza che sembrava fuori dal tempo.
A un certo punto ho provato ad avvicinarmi. Avrei voluto chiedergli qualcosa, capire chi fosse, da dove venisse quella capacità quasi meditativa. Ma la barriera della lingua ha reso tutto più semplice e allo stesso tempo più autentico. Lui parlava portoghese, io inglese e italiano. Poche parole, frammentate, insufficienti a costruire un discorso vero. Eppure non servivano davvero.
Perché in realtà la comunicazione era già avvenuta prima delle parole, nei gesti. Nei suoi movimenti lenti e sicuri. Nella mia osservazione silenziosa. In un sorriso accennato che valeva più di qualsiasi frase.
Sono rimasto lì per diversi minuti, quasi ipnotizzato da quella capacità di trasformare qualcosa di così semplice come delle pietre in un equilibrio così fragile e perfetto. Ogni nuova composizione sembrava più impossibile della precedente, eppure ogni volta reggeva, come se fosse sempre stato così.
Mentre lo guardavo lavorare, mi è tornata in mente una frase che mi aveva detto tempo fa un attore italiano: “Ricordati che i veri artisti sono ovunque, in mezzo a noi. Ma molti ancora non sanno di esserlo.” In quel momento quella frase ha smesso di essere solo un pensiero e ha preso forma davanti ai miei occhi, in una piazza qualsiasi di Lisbona, accanto al fiume, tra turisti distratti e una città che si svegliava lentamente.
Non conosco il nome di quell’uomo. Non so da dove venga, non so se qualcuno lo consideri davvero un artista nel senso tradizionale del termine. Ma so che, per qualche minuto, mi ha fatto fermare il tempo. E questo, forse, è già abbastanza per chiamarlo arte.